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Suor Rosanna ci scrive …

Carissimi Amici del Gruppo Missionario di Noale,

grazie per le vostre notizie e per le preghiere e il cuore missionario sempre aperto alle tante necessita’ dei fratelli nelle diverse parti del mondo.

Quando ho ricevuto il vostro notiziario ho ripreso alcune notizie che anche io avevo iniziato a mettere insieme per voi. Poi, altri impegni mi hanno fatto mettere da parte questo lavoro fino a quando non ho ricevuto la vostra mail.

Vi invio allora alcune  notizie che parlano della vita e contesto filippino e birmano, dove lavoriamo sostenute anche dalla vostra solidarieta’.

Le prime due notizie riguardano le Filippine, una presenta la triste esperienza della Chiesa cattolica che il nuovo governo non cessa di perseguitare in molti modi. La seconda parla della devozione mariana da sempre presente nel popolo filippino.

Altre due notizie riguardano il Myanmar. Due nostre suore birmane rientreranno fra pochi giorni nel loro paese per continuare le opere iniziate a favore di bambini orfani, abbandonati e dei tanti poveri bisognosi di sostegno sia materiale che morale. Nei loro scritti ci raccontano la sofferenza vissuta nell’incontro con le popolazioni in guerra che hanno avuto occasione di incontrare personalmente, soprattutto nei campi profughi. Ci parlano della guerra tra il gruppo etnico Kachin e i militari e della piaga del popolo Rohingya che continua a seminare odio, ingiustizia e morte.

Le due suore, Sr. Pansy e Sr. Emi Soe, mi hanno detto di ringraziarvi tanto per il Salone che avete costruito e che e’ il luogo dove svolgono l’opera di doposcuola e alfabetizzazione per i bambini e ragazzi del villaggio dove risiede la nostra comunita’ che non possono frequentare normalmente la scuola. In particolare si dedicheranno ai  bambini delle famiglie animiste che formano un terzo della popolazione del villaggio.  Si affidano al vostro sostegno e vi assicurano il ricordo di quanti beneficiano della vostra solidarieta’ e generosita’.  Il mio saluto e grazie a tutti voi ed un particolare ricordo al mio caro parroco di un tempo, Don Ferruccio!!!

Ciaooo…

Sr. Rosanna

Giugno 22, 2018

La  Chiesa filippina piange l’assassinio di tre sacerdoti

“Sparano ai preti, e’ questa una verita’?”, e’ il titolo di un articolo pubblicato in un giornale locale. Questa domanda retorica cattura l’indignazione e il dolore della Chiesa filippina, un paese “cattolico” che in questo tempo e’ teatro di consecutive uccisioni di sacerdoti.

In soli sei mesi, tre sacerdoti sono stati uccisi: Padre Marcelito “Tito” Paez, Padre Mark Ventura e Padre Richmond Nilo. Sebbene le indagini debbano ancora rivelare o affermare i motivi che hanno spinto ad uccidere, sono stati resi noti indizi che parlano dell’impegno di questi sacerdoti nel servizio e difesa dei piu’ poveri e vittime di abusi.

Fr. Tito Paez, un sacerdote di 72 anni della diocesi di San Jose, Nueva Ecija, era noto per il suo attivo coinvolgimento per la giustizia sociale. Ha servito la diocesi per piu’ di 30 anni e ha lavorato presso la Commissione di Social Action della diocesi, nell’ufficio di giustizia e pace. Al momento della sua morte, era il coordinatore dei Missionari Rurali delle Filippine, un’organizzazione nazionale di religiosi e religiose, sacerdoti e laici impegnati a sostenere e proteggere gli agricoltori che chiedono giustizia, liberta’ e il rispetto della Riforma Agraria. Tornando a casa da un incontro dove aveva presentato la richiesta per il rilascio di Rommel Tucay, un prigioniero politico, e’ stato vittima di un’imboscata ed ucciso da colpi di pistola sparati da quattro uomini armati.

Fr. Mark Ventura aveva appena celebrato la Messa in una Cappella alla periferia del villaggio di Gattaran nella provincia di Cagayan. Stava benedicendo i bambini e parlando con i membri del coro quando un uomo non identificato che indossava un casco da motociclista lo ha chiamato per nome sparandogli alla testa e al petto. Il sacerdote di 37 anni e’ morto sul colpo. Il giovane sacerdote era conosciuto per il suo impegno contro le miniere abusive del luogo e per aiutare le popolazioni indigene della provincia.

Appena due mesi dopo, p. Richmond Nilo, un prete della diocesi di Cabanatuan e’ stato ucciso a colpi di arma da fuoco mentre stava per celebrare la messa domenicale in una cappella. Mentre un altro sacerdote, Padre Rey Urmeneta di Calamba, Laguna quattro giorni prima era stato vittima di un tentato omicidio da parte di sospetti non ancora identificati.

Sebbene questi attacchi siano stati diretti tutti contro sacerdoti, la polizia sostiene che si tratta di casi isolati e non allarmanti. La Chiesa e i fedeli, invece, denunciano a voce alta la violenza e la cultura dell’impunita’ che regna e incoraggia atti criminali. Si chiede giustizia, un’indagine approfondita e imparziale di questi casi e la loro rapida risoluzione, ma come per altri migliaia di omicidi di cui siamo testimoni in questo tempo, anche la morte di questi tre sacerdoti, rimane un fatto a cui il governo non a intenzione di dare ascolto.

Di fronte alla violenza, la maggioranza dei scaerdoti non ha intenzione di rinunciare a parlare contro gli abusi e gli atti malvagi perpetrati dagli stessi leader del paese, dalle autorita’ che hanno assunto il compito di proteggere il popolo. “Non abbiamo paura. Confidiamo nel Signore. Siamo pronti alla fatica e al sacrificio per obbedire a Dio. Vogliono ucciderci, vogliono seppellire i sacerdoti. Ma dimenticano che noi sacerdoti siamo semi. Quando ci seppelliranno, cresceremo di piu’ con maggior prosperita’. Non si puo’ impedire che il Vangelo cresca. Nessuno puo’ impedire a Dio di essere Dio. Non si può mettere la museruola alla verita’”. Questa e’ stata l’audace dichiarazione del clero dell’Arcidiocesi di Dagupan, che ha anche indetto una “Giornata della Riparazione” celebrata nel nono giorno dalla morte di padre Richmond Nilo invitando tutti i fedeli ad essere desti, coraggiose sentinelle capaci di correggere l’errore e il peccato. Molte Diocesi nelle Filippine ne hanno seguito l’esempio, offrendo preghiere, digiuno e sacrifici in riparazione del male presente nel paese, delle ingiustizie, delle migliaia di uccisioni che continuano ad avvenire a causa dell’odio e sete di potere. Quest’anno la Chiesa delle Filippine celebra l’Anno del Clero e dei Consacrati, un tempo per ripensare al bisogno di  una maggiore testimonianza del potere del Vangelo e dell’amore di Dio, dell’impegno e solidarieta’ con i poveri, i piccoli e quanti il Signore ha affidato.

Pueblo Amante de Maria

Pueblo Amante de Maria, un popolo innamorato di Maria. Le Filippine hanno guadagnato questo titolo per la profonda devozione alla Beata Vergine Maria. I filippini la chiamano mamma Maria e la onorano in vari modi: offerte di fiori, canzoni, processioni e pellegrinaggi. Raggiungono sempre numerosi i santuari mariani, chiedendo la sua intercessione o ringraziandola per le preghiere esaudite. In ogni veicolo pubblicoo e privato non manca il rosario, segno dell’affidamento che chi guida e chi viaggia rivolge alla Vergine Maria.

Questa devozione mariana e’ intensamente espressa nel mese di maggio. Nella maggior parte delle parrocchie, la Messa quotidiana termina con un’offerta di fiori alla Madre Maria. Diverse attivita’ sono organizzate per onorarla e trasmettere alle giovani generazioni questa bellissima devozione a Maria. In molte parrocchie, il mese di Maggio, chiamato mese di Maria,  culmina con la processione chiamata Santacruzan che fu introdotta dagli spagnoli e prende il nome dalla parola spagnola “per la Santa Croce”. Ha lo scopo di commemorare la leggenda della regina Elena, madre dell’imperatore Costantino, che cerco’ di ritrovare la Croce su cui Gesu’ e’ stato crcifisso proprio nel luogo della crocifissione a Gerusalemme.

Il festival e’ preceduto da una novena in onore della Santa Croce. Durante la festa, alcune donne vestite con abiti usati da regine e dame, sfilano per le strade, scortate da uomini sotto archi portati a mano adornati da fiori e indicando diverse personalita’ e virtu’ bibliche come la Beata Vergine Maria, Sant’Elena e suo figlio Costantino, la regina di Sheba, Ester, Veronica e altri personaggi biblici, le virtu’ della giustizia, carita’, fede, ecc. Sebbene non sia una celebrazione mariana, questa occasione e’ considerata da molti filippini come un modo per onorare la Madre Maria.

Ma perche’ i filippini amano cosi’ tanto la Vergine Maria? Il cardinale Tagle ha sottolineato alcuni motivi. “Siamo un popolo, una nazione innamorata della Beata Vergine Maria perche’ siamo consapevoli del suo amore per noi… Questo suo amore io l’ho vissuto nella mia famiglia, nel mio paese natale, nella mia vita e nel mio ministero. Amiamo Maria perche’ e’ la Madre piena dell’ardore dello Spirito Santo che  Gesu’ ci ha donato prima di morire sulla Croce. In quel momento, una nuova famiglia e’ nata ai piedi della croce di Gesu’… I discepoli di Maria e Gesu’ sono al centro di quella famiglia spirituale di Dio“.

Nel difficile periodo della storia delle Filippine, il popolo si e’ rivolto a Maria e lei non lo ha deluso: grazie alla sua intercessione c’e’ stato il  miracolo della rivoluzione pacifica, una rivoluzione vinta con l’arma della preghiera e del rosario.  Oggi, mentre il paese affronta ancora una volta un capitolo oscuro della nostra storia, la luce di Mamma Maria rimane la fonte di speranza e certezza che con la grazia di Dio anche questo passera’, e continuiamo ad affidarci fiduciosi al Suo amore e cura materna.

Dal Myanmar…

La piaga del popolo Rohingya

Nel 2010 e’ iniziata la graduale liberalizzazione del Myanmar che ha portato alle sospirate elezioni libere nel 2015 e all’inaugurazione del governo guidato dalla nota leader dell’opposizione, Aung San Suu Kyi nel 2016. Il “giubilo”, tuttavia, e’ stato di breve durata a causa di un’assurda legge che ha spinto mezzo milione di musulmani Rohingya a fuggire la violenza lanciata contro di loro dai militari.

I Rohingya costituiscono una minoranza nel paese. Sono un gruppo etnico musulmano, che costituisce circa il due per cento dell’intera popolazione. Abitano il nord-ovest del paese, cioe’ lo stato di Rakhine, che e’ uno dei piu’ poveri. Poiche’ e’ negata loro la cittadinanza e il riconoscimento ufficiale come uno dei gruppi etnici del paese, la maggior parte dei Rohingya sono considerati apolidi, cittadini senza stato. Per ottenere la cittadinanza, devono dimostrare di aver vissuto nel paese per 60 anni, un’impresa difficile considerando le molte restrizioni e gli ostacoli posti sulla loro strada.

Le indagini fatte dalla Commissione irlandese per i Diritti Umani  hanno rivelato le tante atrocita’ commesse contro queste persone come il lavoro forzato, la deportazione o il trasferimento forzato, lo stupro e la violenza sessuale, la privazione intenzionale e grave dei diritti umani fondamentali  a causa dell’identita’ del gruppo, anche i bambini sono costretti ai lavori forzati, ammalati ed anziani sono privati di cure e alimentazione, case e proprieta’ bruciate. Come conseguenza, migliaia di Rohingya sono costretti a fuggire  in Bangladesh e in altri paesi vicini.

Le organizzazioni internazionali hanno criticato ampiamente gli abusi del governo, la violenza e brutalita’ usata nel gestire la crisi e hanno fatto appello con forza perche’ sia affrontata con urgenza la crisi umanitaria risultante dalla repressione militare sul popolo rohingya.

Spinti dal forte dissenso e dalla critica di varie personalita’ come Papa Francesco, Malala e altri gruppi internazionali, lo scorso novembre il governo del Myanmar ha finalmente firmato un accordo per il rimpatrio e il 6 giugno, un accordo con le Nazioni Unite, consentendo l’accesso in quella che e’ ormai nota come  “crisi Rohingya”. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno accesso e  potranno iniziare le valutazioni nello stato di Rakhine, che e’ rimasto chiuso agli stranieri fin dall’inizio della crisi.

Di fronte a questa crisi, la Chiesa locale in Myanmar cerca di svolgere silenziosamente il suo ruolo profetico, aiutando i piccoli e perseguitati a far sentire la loro voce e ricevere rispetto. In una delle sue interviste, il cardinale Charles Bo, rispondendo ad una domanda sulle tensioni causate dalle differenze religiose e sull’apparente silenzio deli cattolici, ha raccontato cio’ che un musulmano aveva detto: “Oggi noi Rohingya non abbiamo piu’ voce, il nostro pianto non e’ udito, ma ringraziamo quelli che parlano per noi, come la Chiesa cattolica, essi sono la nostra voce”. La chiesa cattolica del Myanmar conosce per esperienza le conseguenze dell’oppressione, ingiustizia, abusi e forzata sottomissione, ma conosce anche il valore della solidarieta’ e rafforzata dalla visita di Papa Francesco continua a proclamare misericordia, compassione e speranza anche nel mezzo delle situazioni piu’ oscure e sofferte.

Sognare la speranza da profughi

Con Speranza sopportiamo tutto cio’ che ci accade.

Nella speranza non rinunceremo facilmente,

cercheremo sempre di trovare una via per giungere alla meta.

E’ la speranza la nostra arma.

Molti di noi hanno visto e sentito parlare della guerra e delle sue orribili conseguenze per gli uomini. Le immagini pubblicate online o stampate sui giornali sono sufficienti per muovere i cuori a compassione, tuttavia come e’ tutto piu’ toccante quando i tuoi occhi testimoniano i danni che la guerra provoca, scuole senza studenti e insegnanti, ospedali senza pazienti, medici e infermieri, chiese vuote, case abbandonate coperte da cespugli e arbusti per nasconderle alla vista del nemico, edifici bruciati, campi dove cresce solo erba selvatica e boscaglia. Nelle case, finestre cadenti, tende vecchie e strappate che danzano al ritmo del vento sono l’immagine nostalgica della solitudine e aridita’ del luogo. Un’immagine di abbandono completo, senza segno di vita oltre a quello delle piante e al soffio del vento.

Queste immagini ci hanno accolto mentre, insieme alle mie consorelle viaggiavamo da Bamaw a Myitkyina in Myanmar, dove eravamo state chiamate per un incontro di formazione missionaria. In questo luogo, le lotte tra l’esercito governativo e l’esercito indipendente Kachin (gruppo ribelle) hanno costretto le famiglie ad abbandonare le loro case ed hanno causato distruzione di villaggi interi e un numero sconosciuto di vittime. Ho sentito e visto questa situazione attraverso i notiziari, ma la sensazione e’ stata davvero diversa quando sono passata in questa area. Vedere i molti rifugiati, specialmente i bambini innocenti, che vivono l’insicurezza, le incertezze sul futuro, la paura costante, ha spezzato il mio cuore. Non ho potuto impedire che le mie lacrime cadessero, anche il mio cuore sanguinava.

Certo, il dolore che ho sentito non e’ niente rispetto alla sofferenza, tristezza, solitudine, desolazione vissuta da coloro che non hanno altra scelta, se non quella di fuggire per salvare la propria vita. Hanno casa, ma non possono usarla come rifugio. Hanno campi gia’ coltivati ma non possono lavorarli perche’ producano il sostentamento quotidiano. Hanno proprieta’, ma possono forse disporne? L’intero scenario parla solo di paura, incertezze e ingiustizie.

Nel campo profughi tutti aspettano solo quello che altri possono dare loro. Anche ricevere l’aiuto non e’ facile. Richiede umilta’ e accettazione della situazione di cui sono vittime. E’ vero che la maggior parte di loro ha accettato di stabilirsi nei campi profughi, ma molti desiderano ritornare alle loro case il piu’ presto possibile. Diverse organizzazioni religiose e altri gruppi non governativi sono impegnati a dare assistenza ai campi profughi. Uno di questi e’ Karuna, cioe’ il gruppo Caritas. Siamo andate in uno dei campi profughi dove opera la Caritas. Molte persone ci hanno accolto subito con spontaneita’ e calore. Ci salutavano e guardavano con speranza. Altri erano timidi, sono rimasti dentro alle capanne e ci sbirciavano dall’interno. I bambini correvano e giocavano nei piccoli spazi del campo, alcuni accudivano i loro fratelli piu’ piccoli, altri si spingevano l’un l’altro per stringere le nostri mani. Ho provato tanta compassione per quei bambini innocenti, le vittime piu’ vulnerabili della guerra.

Le famiglie di rifugiati hanno solo una stanza per dormire. Devono cucinare a turno in una cucina comune. Per vincere il dolore e la sofferenza alcuni trovarono rifugio nelle carte da gioco. Conversando con qualche famiglia ho potuto ascoltare le loro storie di guerra e le lotte quotidiane per sopravvivere nel campo profughi. Alcuni di loro hanno trovato lavoro fuori del campo e pur affrontando rischi e sacrifici cercano di guadagnare qualcosa che sperano potra’ essere utile per costruire il loro futuro. Le famiglie che sono nel campo non hanno espresso lamentele, vivono la tragedia con sofferenza e dignita’, la maggior parte di loro ci ha chiesto solo l’aiuto della preghiera. Sentire questa richiesta mi ha portata a ringraziare Dio che sostiene la loro speranza, dona conforto e li porta a fidarsi di Lui. Quando ho parlato con loro, ho visto un raggio di speranza nei loro occhi. In questo luogo di miseria continuano ad esserci briciole di speranza che Dio moltiplica per venire incontro alla loro fame: la piccola cappella dove la comunita’ prega, la scuola improvvisata per bambini e adulti. C’e’ chi ha perso ormai la speranza, chi e’ convinto di non poter vedere la pace, c’e’ chi si arrende davanti ad una lunga guerra ormai troppo violenta, ma la maggior parte di loro sta cercando di affrontare la situazione mettendo a disposizione il meglio delle loro forze e collaborazione. Ci hanno raccontato che degli uomini hanno lasciato il campo, hanno voluto correre il rischio di tornare ai loro villaggi e terre ma sono stati uccisi dai ribelli o dai militari o dalle mine sepolte lungo le strade e nei campi. Nonostante questo altri continuano a rischiare la vita, sperando di avere una sorte migliore. Conoscono i rischi ma si sacrificano per il bene comune. Guardandoli muoversi mestamente nel campo ho immaginato con quanto coraggio affrontano il pericolo, indossando l’armatura della speranza in Dio e rafforzata dalle preghiere di tanti fratelli. Ricevono speranza dagli altri e a loro volta sono impegnati a trasmettere speranza alle generazioni future.

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